Vedo l’arrivo!
Ecco una piccola storiella che mi sono appena inventato.
Agilulfo (ma è un nome di fantasia) quell’anno aveva deciso di partecipare alla maratona d’Italia, agile percorso da Gela a Venezia da farsi in 3 anni. Non seppe mai perchè prese la decisione (forse una rabbia antica, generazioni senza nome, direte voi), una mattina si svegliò tutto sudato e, constatato che di reni ne aveva ancora due, prese il telefono e chiamò tutti i possibili finanziatori per assicurarsi tutto il necessario ad affrontare la competizione.
Il giorno della partenza, in ottobre, erano tutti lì: finanziatori (figurarsi), parenti, amici, conoscenti e anche qualcuno che, indeciso se li conoscesse o meno, salutò per sicurezza silenziosamente con la mano. Agilulfo aveva il numero 1000, l’ultimo. Gli organizzatori decisero, infatti, che non avrebbero partecipato più di 1000 maratoneti, forse interpretando qualche oscura profezia, comunque senza una precisa logica. Assieme ad atleti ed accompagnatori a Gela c’era una gran folla e alcuni, non avendo prenotato, dormirono chi in spiaggia chi in cima al campanile. Pronti? Via! La gara era iniziata e presto si formarono dei gruppi lungo tutta la carovana dei partecipanti. In testa a tutti c’erano il figlio del Commendatore Oliva, noto in tutto lo stivale per il suo commercio di rena per uso industriale, e il Principe Soffice, proprietario di una grossa azienda esportatrice di cactacee americane, il quale per passare il tempo e per darsi la carica sciorinava l’elenco dei generi che più gli davano soddisfazione: “Acanthocalycium, Ancistrocactus, Aporocactus, Aporophyllum, Ariocarpus…”. Al seguito di cotanta maestria un nutrito gruppo di donne che, per non far sfigurare i due leader, evitavano accuratamente di superarli.
Agilulfo faceva parte di un gruppo di anonimi provenienti da Venezia, i quali cercavano in qualche modo di tornare a casa dopo aver perso soldi, auto e fidanzata nelle sconfinate praterie siciliane. Il suo gruppo non era tra i primi, ma dai suoi calcoli dovevano essere a circa un quarto della carovana e, vista la sua scarsa preparazione atletica, a lui la cosa appariva perlomeno miracolosa (in realtà il Dottor Miracolo e tutti i suoi parenti erano verso la fine, tra gli atleti bolsi)
Dopo tre anni di fatiche e di stenti (figuratevi che a pranzo non veniva servito il vino, cosa che fece irritare non poco i suoi compagni di gruppo veneziani), Agilulfo era in vista del traguardo. Improvvisamente, arrivato a Mestre, sentì una forza dentro (che nemmeno lui sapeva spiegare come) premere sulle sue gambe, facendolo accelerare e superare tutti i corridori. Vedeva la grande scritta “CAMPARI” diventare sempre più grande mano a mano che i chilometri del Ponte della Libertà venivano macinati in pochi minuti. D’improvviso Agilulfo provò una grande malinconia ricordando le fatiche del viaggio e le persone incontrate durante quegli anni, ma ingoiò tutto e accelerò ulteriormente.
All’arrivo c’erano, inaspettatamente, poche persone ad aspettare i partecipanti. Agilulfo tagliò il traguardo per primo. Si avvicinò al grande attore che prestava la sua immagine alla competizione. Gli strinse la mano. Poi cadde svenuto.

E…?
la fine è a libera fantasia del lettore. Mi piace l’idea di finire il racconto così, anche se lascia frustrata la voglia di sapere.